Vi posto un articolo che ho scritto... questo tipo è nato e vissuto nel mio paesino, a circa 200 metri e campi da casa mia... la sua famiglia è benestante, ma non è ricco...
Io quando l'ho intervistato ho provato speranza...
l’architetto di Donna Karan
Vive da oltre dieci anni nella Grande Mela, ha una moglie giornalista del Tg5 e due figli. La paura dell’11 settembre 2001. Costruirà la casa di Malibu del produttore dei Red Hot Chili Peppers.
New York. Quando Donna Karan, la stilista preferita di Hillary Clinton, deve costruire un nuovo negozio in qualche luogo del mondo o un «nido» negli Hamp-tons, ritiro per vip sulla West Coast, oppure piazzare due sdraio nella terrazza nel suo palazzo a New York con vista grattacieli, chiama solo lui: Enrico Bonetti da Medicina. Bonetti, architetto, 42 anni, vive nella Grande Mela dal 1993 e lavora
in società con Dominic Kozerski, collega inglese.
Bonetti e Kozerski non sono solo gli «architetti di Donna Karan». I due stanno ultimando una casa a Malibu per Rick Rubin, inventore dei Beastie Boys e produttore, tra gli altri, dei Red Hot Chili Peppers, ne hanno appena finito un’altra per Andree Balasz, proprietario di alberghi (tra i quali lo Château Marmont di Los Angeles) ma noto soprattutto come il fidanzato tira e molla di Uma «Kill Bill» Thurman. Inoltre Bonetti sta ultimando un ufficio per Ian Schrager, fondatore del mitico «Studio 54», e cura la nuova immagine e gli uffici della Ford Models Agency e il nuovo showroom della Tod’s. Sempre a New York, lo studio Bonetti Kozerski realizzerà un ristorante nel palazzo sulla 41sima strada disegnato da Renzo Piano e la nuova sede del «New York Times». Ovviamente, la prima domanda che ci è storta spontanea è «Bonetti, ma come ha fatto?».
La spiegazione, parte dall’inizio. Bonetti ha studiato architettura a Venezia, sotto la guida del celebre architetto Aldo Rossi (il progettista dell’aeroporto di Linate). Cosa ricorda di lui?
«E’ stato un grande maestro, da lui credo di avere imparato due cose importanti. La prima è che ogni architettura deve riuscire a “parlare” con ciò che la circonda. La seconda è che bisogna essere modesti rispetto ai significati che si vogliono attribuire al proprio lavoro».
So che in passato oltre a studiare architettura ha anche girato dei documentari a Medicina.
«Sì, erano per la Provincia di Bologna. Il primo lo feci assieme a Giorgio Morara e a Lele Caprara sul Palazzo della Comunità. Ma non ho continuato, ho lasciato il campo a mia moglie...»
Che è una giornalista.
«Sì, si chiama Francesca Forcella ed è da tanti anni corrispondente del Tg5 dagli Stati Uniti».
Mi hanno detto che ha pure un aneddoto curioso sul nome scelto per sua figlia...
«E’ vero. Mia figlia si chiama Bianca, un nome che mi è sempre piaciuto, ma avrei voluto qualcosa di più strano. Così suggerii a Francesca che quando avremo preso un taxi per andare a partorire al Saint Luke Roosvelt avremmo usato come secondo nome quello del tassista, chiunque fosse. E’ capitato che il tassista si chiamasse Bashir, in realtà nome maschile, e siamo quindi arrivati a Bianca Bashir Bonetti. Il mio secondo figlio invece si chiama Brando, e basta».
Conosciuto un po’ meglio l’uomo, torniamo all’architetto. Cosa l’ha portata a tentare fortuna all’estero?
«Dopo la laurea ho cominciato a lavorare nello studio di Corrado Scagliarini a Bologna. Si trova vicino alla John Hopkins Univer-sity e così mi sono trovato a pran-zare varie volte nella loro caffette-ria. Ho così iniziato a frequentare una studentessa americana e un Natale l’ho passato a casa dei suoi a New York, ad Harlem. Una volta tornato a Medicina ho deciso di prendermi una pausa da Bologna e dall’architettura e di passare un’estate nella Grande mela».
New York è una città mitica che ognuno immagina a modo suo, ma sicuramente diversa da Medicina, ha avuto problemi ad adattarsi?
«Ho avuto la fortuna di avere in affitto il miniappartamento di una ragazza di Bologna, poi diventata giornalista del Tg5 (Desideria Cavina, ndr) come base. Poi ho conosciuto parecchia gente durante l’estate. Quando sono tornato in Italia, a settembre, avevo già deciso di ritornare e cercarmi un lavoro negli States. Non è stato facile perché, prima di partire non lo sapevo, in quel momento c’era una grande crisi nell’architettura in seguito al crollo di Wall Street del 1987. Inoltre c’erano standard di disegno molto diversi fra Italia e Stati Uniti, ora quasi equiparati dall’uso del computer. Infine essere italiano non aiutava, ottenere i visti per il lavoro è stato complicato».
Ma poi tutto è andato per il meglio. Tuttavia, c’è qualcosa che ancora oggi non le va giù?
«La convinzione da parte degli americani che in Italia ci sia poca professionalità, che ci siano rego-lamenti edilizi inesistenti o quasi (parlo dell'architettura ma potrei parlare anche della sanità) e una grande disorganizzazione in generale. Questa è l'immagine dell'Italia che esce dai media dalla fine della seconda guerra mondiale. Invece la macchina propagandistica americana ha lavorato meglio sull’immagine, non a caso noi italiani identifichiamo gli americani con le parole perfezione, qualità, alto livello delle scuole. La realtà invece è esattamente l’opposto, ma questo è una sorta di segreto di cui forse solo noi “semi-emigranti” siamo a conoscenza».
Si è appena definito un «semi emigrante». Finisce mai, pieno di nostalgia per Medicina, a man-giare tortellini in qualche osteria di Little Italy?
«No, perché a casa cucino sempre italiano. A Little Italy ci faccio la spesa».
Torniamo agli inizi. Come ha conosciuto il suo socio Kozerski? «Lavoravamo per lo stesso archi-tetto, io seguivo i progetti in Italia e lui quelli in Gran Bretagna. Poi abbiamo fatto alcuni lavori after hours, dopo gli orari di ufficio. Abbiamo disegnato gli allestimenti per la festa del centocinquantesimo anniversario della Levi’s e per il New York Indipendent Film Festival. Ci siamo divertiti e abbiamo incominciato a pensare di aprire uno studio assieme».
Visto che la vita è fatta d’incontri, come ha conosciuto Donna Karan?
«Kozerski aveva già lavorato sul progetto del nuovo negozio di Londra. Poi Donna gli ha offerto di passare a lavorare direttamente per lei, per disegnare gli altri negozi. Nel frattempo ho continuato a lavorare sulle residenze di lusso. Quando Donna comprò due appartamenti in un palazzo dell’upper west side di NY (quello reso famoso dal film “Ghostbusters”, ndr) assunse l’architetto più in voga per tra-sformarlo. Ma la collaborazione non funzionò e allora proponemmo a Donna di incaricare me e Dominic del progetto. Lei accettò. Così decisi di rischiare il tutto per tutto e mi licenziai, con un po’ di apprensione di mia moglie che era incinta del nostro secondo figlio, e con Dominic affittammo un piccolo locale a Soho ed aprimmo il nostro ufficio».
Che quindi era vicino alle Torri Gemelle. Dov’era lei l’11 settem-bre 2001?
«Ero in ufficio e vedevo le Twin Towers. Non si riusciva a capire bene cosa stesse succedendo, ma vedevamo chiaramente la striscia di fuoco attorno ai piani alti. Nessuno pensava che fosse un attentato. Poi ho visto le Torri cadere, alla radio si è sentito degli altri aerei e allora abbiamo comin-ciato ad avere veramente paura: mi venivano in mente i racconti di mia nonna della seconda guerra mondiale. Ho fatto un back-up dei computer dell'ufficio, ho chiuso a chiave la porta e sono andato a casa dai miei bambini. Ho fatto due ore di fila al supermercato per prendere cibo, acqua e latte, perché non sapevamo cos’altro sarebbe successo. Per una settimana non sono potuto tornare in ufficio, era “zona militare”».
Ma torniamo ai ricordi piacevoli. Il vostro lavoro per Donna Karan è piaciuto parecchio...
«Già, da allora ci siamo spostati, a un isolato di distanza, e siamo cresciuti sia di spazio che di dipendenti. Ora siamo in ventuno. Per Donna Karan, oltre a quel primo appartamento, abbiamo fatto una casa a East Hampton e stiamo finendo un gruppo di edifici in un’isola che fa parte di Turks and Caicos, nei Caraibi».
Nelle riviste di arredamento noto che il termine usato per definire il vostro stile è «minimalista», lei come lo definirebbe?
«Minimalista è un termine di moda e ha assunto con il tempo una connotazione negativa. “House and Garden” ci ha definiti “minimalisti caldi”, che ci fa piacere perché il peggiore commento è definire un progetto “freddo”. Ma il migliore complimento in assoluto ci e` stato fatto dal “New York Magazine”, che due anni fa ci ha segnalati come architetti emergenti, un reporter ci ha seguiti per una settimana fra ufficio, meeting e cantiere, pubblicando otto pagine su come lavoriamo».
Per finire, se dovesse scegliere un lavoro per il quale vorrebbe essere ricordato, quale sceglierebbe?
«Quello che non ho ancora fatto».