giovedì, settembre 28, 2006
Ebbene sì, noi gente di Medicina non ci facciamo mancare niente, nemmeno il neurologo con aspirazioni da ginecologo...



I commenti della gente stamattina al mercato:

La vecchietta: "Io l'ho sempre detto che lui lì l'è un pazzo! aveva due occhi da matto... e come mi guardava... si vede che non è tutto a posto"

Il barista: "Certo che se vai da uno per un mal di testa e lui ti dice "prego si spogli" e tu lo fai, vuol dire che un po' ci stai!"
La ragazza: "Ma vuoi mettere la sudditanza psicologica di una davanti al suo dottore? E' ovvio che gli ubbidisci e solo dopo ci pensi e dici: ma che porco e vai dritto dai carabba... se ci stavano perché sarebbero andate dai carabba?".

Il barista: "magari non era stato bravo".

Io: "Vi ricordo che anche solo palpare una persona senza il suo consenso è considerato ora violenza carnale..."

Il barista: "Ma una toccatina non fa niente!"

La ragazza: "Ma vuoi mettere il trauma psicologico?"

Il barista: "Perché in discoteca non ti hanno mai palpata? Con tutta quella ressa che c'è?!"

La ragazza: "Sì... ed è stato terribile!!"

Il barista: "Valà che se una sta lì mentre la palpi vuol dire che ci stai!"

La ragazza: "Ma in discoteca c'è la folla, come ti fai a reagire..."

Il barista: "Valà valà..."

Io: "Scusa Minchio (soprannome del barista) ma in che discoteche vai di solito... tanto per sapere..."

Piccola nota a margine. Molti giornali hanno sottolineato come il neurologo sciegliesse ragazze avvenenti per parparle. Una mia cara amica è una ragazza molto avvenente e andava da quel neurologo. Che non l'ha mai toccata. A smesso di andarci quando lui, dopo numerosi esami, le ha detto: "Le sue emicranie continue sono psicosomatiche, lei soffre di mal di testa perché è figlia unica".
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mercoledì, settembre 27, 2006
Perché dobbiamo farci così male?



E’ la domanda che mi sono posta ieri. Ieri sera ero andata al bar vicino a casa e, chiacchierando con il barista ho bevuto un po’. Non tanto, non mi sono ubriacata, non ho vomitato o fatto cose strane. E’ successo che stavo bevendo una birra e poi il barista, un gran chiacchierone, mi ha offerto prima un waikiki (bicchierino di rum e succo di pera) e poi un pampero anniversario bevuto stile el ritual (bicchierino di rum, lime, zucchero di canna e caffè). Tutto offerto, sottolineo, non ho certo soldi da buttare in cocktail. Mentre bevevo sono rimasta stupita perché il barista, che ho conosciuto a un corso di recupero punti della patente (un rosso stop e una multa per le cinture... 12 punti in meno in un mese, quando per due anni non avevo mai preso un verbale...) riesce sempre ad avere delle donne.
E’ perennemente ubriaco, condizione che vive, lo devo ammettere, con una certa classe, una levità tutta sua. E’ perennemente senza patente e possiede quel covo di ubriaconi dove ogni tanto vado. A dire il vero ci andrò tre volte all’anno ma lui ci tiene tanto a dire che io, la zurnalesta, sono tra i suoi clienti. Poi si è pure abbonato al giornale dove scrivo.
Lui si alza in genere a pomeriggio inoltrato, d’estate non si vede quasi mai al bar e ci lascia sua madre ottantenne, visto che passa quasi tutto il tempo al mare. Sbronzo. E’ ovvio.
Insomma, il ragazzo non è antipatico, ma c’ha scritto “incidente di percorso” in fronte, eppure ha negli anni fidanzate sempre più giovani, non capisco come faccia. O meglio, so come fanno loro: scarsa autostima.
C’è un altro barista che purtroppo conosco, con il quale ho avuto una breve storia malata, una persona un po’ arida e vuota, eppure scopro che ha storie, a 43 anni suonati, con ragazze sempre più giovani e carine.
Scarsa autostima. Come la bellissima Sienna Miller che continua ad andare con il corfinicatore Jude Law.
Ieri sera vedevo la ragazzina innamorata (avrà si e no 23 anni) mettere in bocca al suo uomo cucchiate di panna e fragole, mentre quello mi slumava le tette (l’ha sempre fatto, è più un abitudine che desiderio).
Poi poco più in là c’era “number”, un giovane alcolizzato. Esce spesso con i ragazzi fighetti del mio paesello che, pur conoscendo il suo problema, lo portano nei posti più in, tipo Pineta a Milano Marittima, e lo fanno bere. Si divertono a vederlo bresco. Perché fa delle gran cazzate. Vedete, la gente di città ha i reality, mentre se vivi in un paese dove non sei anonimo, ma perennemente osservato, il reality è continuo. Anche in un paese ci sono i gruppi e i ruoli, come alle scuole superiori.
Vedendo che offrivano da bere a number mi sono messa a dire forte al barista: “Sai che dare da bere a un ubriaco è un reato, penale, tra l’altro?”. Lui: “Sì lo so”. Uno dei fighetti mi guardava in cagnesco. Vedete, io un tempo, quando ero ragazzina, avrei fatto carte false per appartenere a una certa “crema” del mio paesello. Ora mi diverto un sacco a trattare questi pseudovip locali come merdacce. “Allacciami le scarpe”, questo è il mio messaggio in codice. Comun-que ieri sera mi sono messa a fare un bello sproloquio su come sia da stronzi pesanti fare bere un alcolista. Alla fine tutti i ragazzi mi guardavano in cagnesco. Io ero però poco credibile avendo Ceres e waikiki in mano. Ridicola come sempre.
Vabbé, dopo la bevuta sono tornata a casa mia ma, mentre camminavo, ho fatto un grave errore: sono entrata in un bar che tiene aperto fino a tardi. No, non ho bevuto di nuovo, ma quando sono un po’ brilla non devo entrare in un posto dove si compra della roba. Una volta mi sono infilata mezza sbronza in un autogrill (ero entrata da un ingresso laterale) e la mattina dopo mi sono trovata con, nell’ordine: un pupazzo gigante a forma di maiale, un cd con i successi di Gloria Gaynor e due etti di farfalle fosforescenti. Quelle da appendere al muro. Il bar di ieri sera era un bar edicola.
Poi sono andata a letto piena di sensi di colpa: “Non devi bere, ti fa male, poi non dormi, lo sai, ti agiti e non dormi e domani al lavoro sei uno straccio. Perché ti devi fare tanto male? Perché? Non sei come number o come quella ragazza, no? O si? O forse tutti alla fine ci facciamo un po’ di bene e un po’ di male e l’importante è limitare i danni...”.
Bene, mi sono addormentata pensando che no, non mi sarei lamentata più di niente, che in fondo avevo una casa carina, un’auto, scassata, di proprietà, una gattina stupenda che mi fa un sacco di fusa, un lavoro, malpagato certo, ma che mi piace molto, pochi amici ma buoni. Familiari in salute. Insomma, non mi dovevo lamentare ma lottare per migliorare la mia condizione. Smettere di farmi male.
Alla mattina mi sono svegliata e ho trovato nell’ordine due cose: nella posta la quota Inpgi (istituto nazionale previdenza giornalisti italiani) da pagare, una stangata, e, sul tavolo, quello che avevo trovato la sera prima: un fascicolo della raccolta “divinazioni”, con i tarocchi della Sibilla di non so cosa... dovevo averli comprati al bar. E subito mi è venuto in mente che tra le due cose poteva esserci un collegamento...
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martedì, settembre 26, 2006
Vi posto un articolo che ho scritto... questo tipo è nato e vissuto nel mio paesino, a circa 200 metri e campi da casa mia... la sua famiglia è benestante, ma non è ricco...
Io quando l'ho intervistato ho provato speranza...

l’architetto di Donna Karan



Vive da oltre dieci anni nella Grande Mela, ha una moglie giornalista del Tg5 e due figli. La paura dell’11 settembre 2001. Costruirà la casa di Malibu del produttore dei Red Hot Chili Peppers.

New York. Quando Donna Karan, la stilista preferita di Hillary Clinton, deve costruire un nuovo negozio in qualche luogo del mondo o un «nido» negli Hamp-tons, ritiro per vip sulla West Coast, oppure piazzare due sdraio nella terrazza nel suo palazzo a New York con vista grattacieli, chiama solo lui: Enrico Bonetti da Medicina. Bonetti, architetto, 42 anni, vive nella Grande Mela dal 1993 e lavora in società con Dominic Kozerski, collega inglese.
Bonetti e Kozerski non sono solo gli «architetti di Donna Karan». I due stanno ultimando una casa a Malibu per Rick Rubin, inventore dei Beastie Boys e produttore, tra gli altri, dei Red Hot Chili Peppers, ne hanno appena finito un’altra per Andree Balasz, proprietario di alberghi (tra i quali lo Château Marmont di Los Angeles) ma noto soprattutto come il fidanzato tira e molla di Uma «Kill Bill» Thurman. Inoltre Bonetti sta ultimando un ufficio per Ian Schrager, fondatore del mitico «Studio 54», e cura la nuova immagine e gli uffici della Ford Models Agency e il nuovo showroom della Tod’s. Sempre a New York, lo studio Bonetti Kozerski realizzerà un ristorante nel palazzo sulla 41sima strada disegnato da Renzo Piano e la nuova sede del «New York Times». Ovviamente, la prima domanda che ci è storta spontanea è «Bonetti, ma come ha fatto?».

La spiegazione, parte dall’inizio. Bonetti ha studiato architettura a Venezia, sotto la guida del celebre architetto Aldo Rossi (il progettista dell’aeroporto di Linate). Cosa ricorda di lui?

«E’ stato un grande maestro, da lui credo di avere imparato due cose importanti. La prima è che ogni architettura deve riuscire a “parlare” con ciò che la circonda. La seconda è che bisogna essere modesti rispetto ai significati che si vogliono attribuire al proprio lavoro».

So che in passato oltre a studiare architettura ha anche girato dei documentari a Medicina.

«Sì, erano per la Provincia di Bologna. Il primo lo feci assieme a Giorgio Morara e a Lele Caprara sul Palazzo della Comunità. Ma non ho continuato, ho lasciato il campo a mia moglie...»

Che è una giornalista.

«Sì, si chiama Francesca Forcella ed è da tanti anni corrispondente del Tg5 dagli Stati Uniti».

Mi hanno detto che ha pure un aneddoto curioso sul nome scelto per sua figlia...

«E’ vero. Mia figlia si chiama Bianca, un nome che mi è sempre piaciuto, ma avrei voluto qualcosa di più strano. Così suggerii a Francesca che quando avremo preso un taxi per andare a partorire al Saint Luke Roosvelt avremmo usato come secondo nome quello del tassista, chiunque fosse. E’ capitato che il tassista si chiamasse Bashir, in realtà nome maschile, e siamo quindi arrivati a Bianca Bashir Bonetti. Il mio secondo figlio invece si chiama Brando, e basta».

Conosciuto un po’ meglio l’uomo, torniamo all’architetto. Cosa l’ha portata a tentare fortuna all’estero?

«Dopo la laurea ho cominciato a lavorare nello studio di Corrado Scagliarini a Bologna. Si trova vicino alla John Hopkins Univer-sity e così mi sono trovato a pran-zare varie volte nella loro caffette-ria. Ho così iniziato a frequentare una studentessa americana e un Natale l’ho passato a casa dei suoi a New York, ad Harlem. Una volta tornato a Medicina ho deciso di prendermi una pausa da Bologna e dall’architettura e di passare un’estate nella Grande mela».

New York è una città mitica che ognuno immagina a modo suo, ma sicuramente diversa da Medicina, ha avuto problemi ad adattarsi?
«Ho avuto la fortuna di avere in affitto il miniappartamento di una ragazza di Bologna, poi diventata giornalista del Tg5 (Desideria Cavina, ndr) come base. Poi ho conosciuto parecchia gente durante l’estate. Quando sono tornato in Italia, a settembre, avevo già deciso di ritornare e cercarmi un lavoro negli States. Non è stato facile perché, prima di partire non lo sapevo, in quel momento c’era una grande crisi nell’architettura in seguito al crollo di Wall Street del 1987. Inoltre c’erano standard di disegno molto diversi fra Italia e Stati Uniti, ora quasi equiparati dall’uso del computer. Infine essere italiano non aiutava, ottenere i visti per il lavoro è stato complicato».

Ma poi tutto è andato per il meglio. Tuttavia, c’è qualcosa che ancora oggi non le va giù?
«La convinzione da parte degli americani che in Italia ci sia poca professionalità, che ci siano rego-lamenti edilizi inesistenti o quasi (parlo dell'architettura ma potrei parlare anche della sanità) e una grande disorganizzazione in generale. Questa è l'immagine dell'Italia che esce dai media dalla fine della seconda guerra mondiale. Invece la macchina propagandistica americana ha lavorato meglio sull’immagine, non a caso noi italiani identifichiamo gli americani con le parole perfezione, qualità, alto livello delle scuole. La realtà invece è esattamente l’opposto, ma questo è una sorta di segreto di cui forse solo noi “semi-emigranti” siamo a conoscenza».

Si è appena definito un «semi emigrante». Finisce mai, pieno di nostalgia per Medicina, a man-giare tortellini in qualche osteria di Little Italy?
«No, perché a casa cucino sempre italiano. A Little Italy ci faccio la spesa».

Torniamo agli inizi. Come ha conosciuto il suo socio Kozerski? «Lavoravamo per lo stesso archi-tetto, io seguivo i progetti in Italia e lui quelli in Gran Bretagna. Poi abbiamo fatto alcuni lavori after hours, dopo gli orari di ufficio. Abbiamo disegnato gli allestimenti per la festa del centocinquantesimo anniversario della Levi’s e per il New York Indipendent Film Festival. Ci siamo divertiti e abbiamo incominciato a pensare di aprire uno studio assieme».

Visto che la vita è fatta d’incontri, come ha conosciuto Donna Karan?
«Kozerski aveva già lavorato sul progetto del nuovo negozio di Londra. Poi Donna gli ha offerto di passare a lavorare direttamente per lei, per disegnare gli altri negozi. Nel frattempo ho continuato a lavorare sulle residenze di lusso. Quando Donna comprò due appartamenti in un palazzo dell’upper west side di NY (quello reso famoso dal film “Ghostbusters”, ndr) assunse l’architetto più in voga per tra-sformarlo. Ma la collaborazione non funzionò e allora proponemmo a Donna di incaricare me e Dominic del progetto. Lei accettò. Così decisi di rischiare il tutto per tutto e mi licenziai, con un po’ di apprensione di mia moglie che era incinta del nostro secondo figlio, e con Dominic affittammo un piccolo locale a Soho ed aprimmo il nostro ufficio».

Che quindi era vicino alle Torri Gemelle. Dov’era lei l’11 settem-bre 2001?
«Ero in ufficio e vedevo le Twin Towers. Non si riusciva a capire bene cosa stesse succedendo, ma vedevamo chiaramente la striscia di fuoco attorno ai piani alti. Nessuno pensava che fosse un attentato. Poi ho visto le Torri cadere, alla radio si è sentito degli altri aerei e allora abbiamo comin-ciato ad avere veramente paura: mi venivano in mente i racconti di mia nonna della seconda guerra mondiale. Ho fatto un back-up dei computer dell'ufficio, ho chiuso a chiave la porta e sono andato a casa dai miei bambini. Ho fatto due ore di fila al supermercato per prendere cibo, acqua e latte, perché non sapevamo cos’altro sarebbe successo. Per una settimana non sono potuto tornare in ufficio, era “zona militare”».

Ma torniamo ai ricordi piacevoli. Il vostro lavoro per Donna Karan è piaciuto parecchio...
«Già, da allora ci siamo spostati, a un isolato di distanza, e siamo cresciuti sia di spazio che di dipendenti. Ora siamo in ventuno. Per Donna Karan, oltre a quel primo appartamento, abbiamo fatto una casa a East Hampton e stiamo finendo un gruppo di edifici in un’isola che fa parte di Turks and Caicos, nei Caraibi».

Nelle riviste di arredamento noto che il termine usato per definire il vostro stile è «minimalista», lei come lo definirebbe?
«Minimalista è un termine di moda e ha assunto con il tempo una connotazione negativa. “House and Garden” ci ha definiti “minimalisti caldi”, che ci fa piacere perché il peggiore commento è definire un progetto “freddo”. Ma il migliore complimento in assoluto ci e` stato fatto dal “New York Magazine”, che due anni fa ci ha segnalati come architetti emergenti, un reporter ci ha seguiti per una settimana fra ufficio, meeting e cantiere, pubblicando otto pagine su come lavoriamo».

Per finire, se dovesse scegliere un lavoro per il quale vorrebbe essere ricordato, quale sceglierebbe?
«Quello che non ho ancora fatto».
postato da: Cate alle ore 18:32 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, settembre 25, 2006
ho capito perché lo chiamano scorfano
postato da: Cate alle ore 18:04 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, settembre 25, 2006
Ora vi dico perché sono così giù.
E’ un po’ per il mio libro. A me fa schifo. Non agli altri, a me. Per ora ho sempre ricevuto pareri positivi e non solo da amici.
Il fatto è che vorrei dare una svolta alla mia carriera, riuscire ad essere finalmente una donna indipendente dal punto di vista economico. Ho 33 anni, una casa, una gatta, una macchina e un lavoro precario in un giornale. Non mi pagano a pezzo, mi danno un fisso al mese. Molto esiguo, 600 euro.
E basta. Faccio molti sacrifici, non vado in ferie da una vita, non compro mai vestiti, ho due paia di scarpe e basta da almeno tre anni, non ho trucchi, profumi, nessun genere di bene velleitario e non esco quasi mai.
Ho provato a fare altri lavori “d’uso”, come pulizie e lavapiatti. Ma è difficile. Perché innanzitutto non è facile a 33 anni trovare lavori simili. Preferiscono la romena o la marocchina 20enne (prendete questa mia frase come una afferma-zione e basta, non sono di quelle che pensano che gli extra ci vengono a togliere il lavoro...). Forse perché chi “ha fame davvero lavora di più”, o forse perché chi gestisce questi tipi di lavoro pensa che “chi ha fame davvero lavora di più”. E forse ha pure ragione. Avendo una laurea in SdC poi è veramente difficile trovare altro. In fabbrica non ti vogliono. Come badante pure (ritorna la slava ventenne e, soprattutto, silenziosa). Lavori impiegatizi? Se a 33 anni sai solo scrivere articoli l’unica cosa a cui puoi aspirare è fare la segretaria. Ma anche in questo caso scelgono le più giovani.
E poi io non voglio fare altro. Il punto è poi che io voglio fare la giornalista, è questa la mia carriera, il lavoro che sento di fare meglio. Per questo mi sto sacrificando e tirando la cinghia. Solo che è umiliante non avere soldi per il dentista, per l’assicurazione della macchina, per quando si guasta la macchina (odio la mia macchina), per quando l’Hera ti manda le bollette di un anno tutte in una volta.
Questo mi pesa tantissimo. Al giornale dove lavoro siamo in tre messi così, tutti in attesa che le cose cambino. Tutti abbiamo provato a fare gli impiegati (quando avevamo l’età per farli) e siamo fuggiti (o stati licenziati perché la fabbrica chiudeva come è successo a me). Siamo in attesa che qualcosa, come ci è stato paventato, cambi. Siamo in attesa di essere assunti.
Il problema è che io non mi posso permettere questa attesa... e non perché vengo da una famiglia povera. Tutt’altro. Il problema è proprio il contrario. Vengo da una famiglia benestante. Ma qui nasce l’inghippo. Sono tutti self-made-men. Mio padre era un semplice ragioniere dipendente dell’Ausl che alla sera leggeva per sfizio libri d’informatica. Risultato: è diventato un libero professionista del settore, ha creato i primi programmi per fare le paghe, li ha venduti in tutta Italia (al tempo non c’era molta omologazione, non andavi dalla Buffetti a comprarti il programma, al tempo ogni azienda aveva il suo pro-gramma e il programmatore che ti aggiornava software e dipendenti) e ha fatto un botto di soldi. Mio fratello ha seguito le sue orme, ora ha una sua azienda. Ha inoltre sposato una commercialista che, stanca del lavoraccio, ora è diven-tata funzionario fiscale (così avrà il tempo per sfornare l’erede). Mia zia paterna era una semplice infermiera, diventata caposala molto in fretta, poi passata a una clinica privata e, dopo il master alla Bocconi pagato dalla clinica, è diventata una specie di direttore delle risorse umane e degli approvvigionamenti. Si è sposata con un dirigente di un colosso agroalimentare, fa una vita ritirata, ha solo tre case, non duecento come potrebbe, ma ha sempre un botto di soldi. Mio zio, sempre paterno, era un semplice operaio, è entrato in fabbrica a 15 anni, è diventato capo-officina a venti, non si è sposato, e tutti i risparmi li ha investiti nel mattone, investimenti molto oculati che ora gli permettono di fare il pensionato “di lusso”. Per carità, non sono dei ricconi, a parte mia zia, fanno parte del ceto medio alto, ma di questi tempi, dove le differenze economiche si fanno sentire sempre di più, fare parte del ceto medio alto è già molto.
Tutto questo per dire che non mi capiscono. Che vengo vista dalla mia famiglia come un essere strano, un caso umano, non una con un progetto. Nessuno di loro ha mai fatto l’università (mio fratello perché sentiva che, in qualche modo, gliel’avrebbero fatta psicologicamente pagare la protratta dipendenza economica), non sanno com’è il mercato del lavoro oggi. Nessuno di loro, a parte mio fratello, ha mai letto qualcosa che ho scritto. E dire che il mio giornale si trova in tutti i bar del mio paese. Nemmeno i racconti che mi hanno premiato ai concorsi, quelli pubblicati, e quello diventato piccolo spettacolo teatrale.
Niente di niente.
Ignorano i miei successi, per quanto piccoli possano essere. L’altra domenica mio zio mi ha fatta piangere. Ormai credevo di avere fatto il callo alle loro critiche, al fatto di non avere uno stipendio adeguato, di non cercare altro (tutti mi consigliano l’officina), di non essere in grado di provvedere a me stessa a 33 anni. Anche il fatto che sia grassa e che la mia casa non sia uno specchio è la riprova, secondo loro, della mia incapacità di badare a me stessa. Bene, dicevo, credevo di avere ormai fatto il callo a tutte le loro critiche, al fatto di non poter contribuire ai filmini di famiglia con safari in Africa di un mese o capodanno in Patagonia, ma l’ultima critica mi ha proprio sbatezzata.
A farla era mio zio, l’operaio. Mi aveva vista con una mia amica, una ragazza molto simpatica e originale, educatrice, alternativa al massimo, anarchica, meridionale, fidanzata per anni con un musicista demenziale. Bene, lui l’aveva conosciuta mentre questa faceva la barista nel locale che frequentava di solito e, in barba agli oltre trent’anni di differenza, ci aveva provato (lei aveva rifiutato, ma mio zio ce l’ha fatta con l’altra barista). Mio zio ha cominciato a sbraitare: “Fino a che frequenti gente di quel tipo non avrai mai successo...”. Io da lui non me lo sarei mai aspettata. Non mi è mai sembrato il tipico frequentatore del Rotary. Non riuscivo a capire. Poi lui sì è spiegato meglio. “Fino a che avrai quella testa lì, con il paraocchi, fino a che non andrai dalla gente giusta a farti raccomandare, fino a che non saprai con chi si deve uscire e chi frequentare non avrai mai successo!”
Io, veramente non capendo, ho chiesto:
“Scusa e con chi dovrei uscire?”
Lui non mi ha risposto. Ha solo detto: “Se a 33 anni non sai come funziona il mondo, non posso certo insegnartelo ora”.
Mio zio parlava delle raccomandazioni. Del fatto che io vengo percepita da politici e amministratori locali come una “giornalista scomoda” (mi sembra un termine veramente esagerato... manco fossi la Gabbanelli), del fatto che non ho mai leccato il culo al politico di turno e non sono mai andata a sruffianarmi i parenti ben inseriti. Come hanno fatto loro. Sempre.
L’incazzo di mio zio mi ha fatto capire molte cose. Mi ha fatto capire perché i miei ce l’hanno tanto con me. Non perché ogni tanto, non spesso come potrebbe sembrare, devono smollarmi due o trecento eruo. No, non è per questo. E’ perché io rappresento tutto ciò che loro disprezzano. Quella sorta di integrità intellettuale che considerano come “presunzione”, “comodità”, “non sapere come gira il mondo”, “snobismo”. Loro sono gente dura e disincantata che ha avuto fame davvero, io sono solo la sognatrice che fa l’incorruttibile.
Poi sono tornata a casa e ho guardano Buona Domenica, la Gregoraci, Malgioglio, poi Moggi intervistato dalla Ventura (domenica scorsa). Tutti di nuovo in video in ottemperanza al solito concetto: “Sono solo dei capri espiatori, tutti facevano così. Non devono essere puniti solo loro, è un’ipocrisia”. Esatto, non puniamo solo loro, puniamoli tutti.
E ho anche capito che i miei parenti hanno perfettamente ragione.
postato da: Cate alle ore 16:01 | Permalink | commenti (28)
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lunedì, settembre 25, 2006
Leggete questo articolo
che mi è stato segnalato da Daniela

Quello che ci tengo a precisare sulla questione Elena Mirò non è che da lei debbano sfilare gravi obese per far sì che sia "politicamente corretta", no, per nulla, ma trovo errato far passare come grande rivoluzione far sfilare donne dalla 42 alla 50 (così dice la pubblicità della sfilata... vorrei vedere quante 50 ci sono) alte 175 e del peso di 67... NON SONO DONNE MORBIDE, SONO DONNE NORMALI!
E' questo che non sopporto. Utilizzare delle donne normali e farle passare per MORBIDE, insinuando quindi che la normalità è altro.
Questo non mi piace.
Vanity Fair non ha pubblicato la mia lettera, prima non capivo il perché, insomma, è discutibile ma pubblicabile... poi ho visto che tra i suoi maggiori inserzionisti c'è proprio Elena Mirò, qundi ho capito. Che delusione, se non fosse per gli articoli di Gabriele Romagnoli quasi quasi non lo prenderei più.
postato da: Cate alle ore 12:38 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, settembre 21, 2006
sono triste.
il mio libro fa schifo.
il mio libro fa schifo.
E' da ieri sera che ci penso.
postato da: Cate alle ore 12:06 | Permalink | commenti (17)
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mercoledì, settembre 20, 2006
La Pupa e il Secchione


Flavia Vento e Mimmo Calopresti


Elisabetta Canalis e Muccino (ovvero chi di velina colpisce - vedi Ricordati di me - di velina perisce)
postato da: Cate alle ore 17:16 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, settembre 20, 2006

Visto che non so che cazzo scrivere, vi cito un mio commento a un post di Miss Diki  che spiega cosa ne penso di Gwynet Paltrow... o meglio... non credo di avere un'opinione precisa su Gwynet Paltrow (perché non mi sembra si possa avere un'opinione compiuta su una che non si conosce) ma spiega forse il mio punto di vista su certi atteggiamenti.

Ho conosciuto, non chiedermi come, una presunta amica di Gwynet. L'unico commento che le ho strappato è stato: "I soldi e la bellezza (Gwynet è figlia di un produtture cinematografico, nata e crescita a Malibu) non fanno la felicità. E' una donna molto triste". A dire il vero questa confidenza me la fece ai tempi di Shakespeare in Love (vabbé questa donna che conosco superficialmente è una producer della Miramax, amica a suo dire di Gwynet). Poi mi ha raccontato che la ragazza non si è mai veramente ripresa dalla rottura con Brad Pitt (come darle torto), che è sempre sul filo dell'anoressia e della depressione, che è molto superstiziosa, piena di paranoie e soprattutto molto ipocondriaca. Poi questa tipa, che dopo due birre mi raccontava tanti succosi dettagli su alcune star di Holliwood, è tornata in Usa (è stata a Bologna ospite di una ragazza che studiava alla John Hopkins per qualche mese) e l'ho persa di vista, ma non ho perso di vista Gwynet.
Allora, stando alle interviste che ha rilasciato, la Gwynet è vegana, cioé non mangia carne, latte, caffé e carboidrati, la piccola Apple ha già una cuoca che le cucina solo torte vegan (vorrei mandarle per solidarietà un barattolo di Nutella), non beve, non fuma. E' inoltre molto superstiziosa, non viene infatti in Italia perché dice che porta male. A parte alcune discutibili scelte pseudo-salutiste (ma ognuno alla fine fa poi quel cazzo che le pare, no?) quello che mi dà noia sono proprio le dichiarazioni fatte sull'Italia... E la macumba fatta nel suo villone di Londra. Non trovate che dire che un posto sia per definizione portarogna sia segno di essere un po' fuori? Di non avere proprio una percezione serena della realtà?
postato da: Cate alle ore 16:42 | Permalink | commenti (13)
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mercoledì, settembre 20, 2006
Da “La Stampa” - «Sono rimasta esterrefatta quando Quentin mi ha raccontato, inquadratura per inquadratura, tutti i miei film». Lo ha detto Edwige Fenech al Tg5 riferendo di un suo colloquio con il regista Quentin Tarantino, che l’ha chiamata per farle interpretare l'horror di Eli Roth “Hostel 2”, da lui prodotto

Ma scusa Edwige... pure Quentin da piccolo si faceva le seghe, no?
postato da: Cate alle ore 14:53 | Permalink | commenti (4)
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martedì, settembre 19, 2006
Vi voglio raccontare una cosa.
Io qualche anno fa ho abortito. Non me ne sono assolutamente pentita, non ho sofferto più di tanto, anzi, ho vissuto l'aborto come una liberazione. Ero in una condizione familiare della madonna (madre malata, io disoccupata, fidanzato inseminatore volatilizzato), mi sentivo sempre stanca, e non volevo assolutamente diventare madre.
Considerate poi che sono atea, atea convinta, che non credo che un feto sia la stessa cosa di un bambino appena nato, e soprattutto non penso che la vita sia sempre meglio di tutto (ho assisito  bambini celebrolesi, dei vegetali in pratica, che non sentono nemmeno il dolore, ecco da lì sono diventata una ferma sostenitrice della legge 194). Considerate inoltre che le uniche persone che in quella situazione facevano della retorica sulla mia decisione erano dei maschi: "Pensaci bene", "Ti pentirai", "Ti rovinerà la vita".
Ecco, io ho vissuto questa cosa come un passaggio sgradevole, da non ripetersi, della mia vita. Come un errore madornale, in parte da me non voluto (i medici mi avevano detto che ero sterile e lo provava un anno di rapporti non protetti avuti con il mio fidanzato di allora, peccato che non mi avessero detto che la situazione è reversibile, ma è comunque colpa mia, della cattiva attenzione che presto al mio corpo).
Ma non vi voglio parlare dell'aborto. Vi voglio parlare del bendaggio gastrico.
Bene, nella visita preliminare con l'anestesita questa mi ha detto: lei è troppo grassa, deve dimagrire. Deve fare il bendaggio gastrico. Era arrabbiatissima, dura, incazzata. E non perché stavo abortendo, ma perché sono una grave obesa.
Stessa cosa durante l'aborto. Dovete sapere che le donne che stanno per abortire vengono infilate in una stanza, in sei, chiamate a turno come i polli in batteria nella saletta operatoria, e poi si procede.
L'operazione non è fatta con molta privacy, stai lì in posizione ginecologica, con le gambe aperte su un corridoio di persone che passa, qualcuno ogni tanto entra, quancuno altro esce. Senti gli infermieri che parlano male del medico che ti sta per fare il raschiamento, senti il rumore inquietante del "raschiatore", hai molta paura perché ti stanno facendo una anestesia.
Bene, in questo splendido contesto, l'anestesista, un altro, si è messo a prendermi per il culo.
"Ma signora, lei ha il braccio didattico! Che bel braccione grosso! Non si trova la vena... chissà quanti buchi dovremmo farle!"
"Ma lei va giù di tortellini, vero? Tagliatelle?"
Bene, quelle non erano battute sdramatizzanti, non volevano alleggerire l'atmosfera. Ho 33 anni di obesità sulle spalle, so distinguere una battuta da una cattiveria.
No, mi stava ferocemente prendendo per il culo.
Ecco perché quando sento gente che propone di mettere dei ciellini o dei preti nei centri per l'interruzione della gravidanza per scoraggiare le abortiste mi incazzo e mi viene da pensare: "Non vi preoccupate, ci pensano i medici da soli".
Ecco perché quando sento parlare di bendaggio gastrico mi incazzo, uno perché non serve a un cazzo, due perché in genere lo consigliano dei medici che non ne sanno nulla, il bendaggio funziona solo nel 20 per cento dei casi, ed è probabilmente per una sorta di condizionamento psicologico, non perché funziona in sé per sé.
Terzo, la cosa che mi fa più incazzare è che i medici e le persone vedano prima e a volte solo il grasso.
C'è solo quello spesso nel giudicare una persona. E tale superficialità non viene solo da chi ti incrocia per strada ma da chi ti dovrebbe curare e comprendere.
Penso a una mia amica, bellissima, che ha appena scoperto di non piacere alla suocera. Il motivo? E' alta 185 cm e pesa 90 chili. Non è magra, ma non è nemmeno obesa. E' tanta. La suocera la trova fisicamente non adatta al figlio.
Che merda.
postato da: Cate alle ore 13:49 | Permalink | commenti (32)
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lunedì, settembre 18, 2006
Nulla da scrivere. Forse perché ultimamente la mia vita è un po' piatta e le emozioni più grandi me le danno Rosalita e il mio lavoro. Sto scrivendo un articolo sui nomi strani nell'imolese. Voi chiamereste mai vostra figlia Gonaria Antiochia?
postato da: Cate alle ore 22:18 | Permalink | commenti (6)
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martedì, settembre 12, 2006
C'è qualcuno che conosce molto bene il tedesco?
o un tedesco?
devo tradurre delle frasi dall'italiano al tedesco. E' molti importante, per me.
postato da: Cate alle ore 18:32 | Permalink | commenti (4)
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martedì, settembre 12, 2006


Ieri sera ho visto per alcuni minuti il giornaliero di “La pupa e il secchione”. Devi dire che sono dalla parte delle pupe.
Queste ragazze seppur all’apparenza sceme e vacue, hanno però sviluppato un istinto fondamentale: l’arte di stare al mondo.
Vi devo spiegare un precedente però: io non sono nerd friendly.
Non provo nessuna simpatia per i nerd, anche se ho alcuni amici ed ex che si possono benissimo iscrivere in questa categoria.
Vi spiego il perché. Secondo me i nerd, nel senso di secchioni un po’ sfigati e sessualmente inibiti, sono nella maggioranza dei casi dei gran razzisti. Soprat-tutto nei confronti delle donne brutte. Non ha caso hanno messo i nerdacchioni con delle pupe da cubo.
Questo perché sono talmente complessati, insicuri e messi male che in genere scrignano (snobbano) proprio le nerde, categoria alla quale appartengo.
Ricordo ancora i nerd del mio paesino, bruttini, occhialuti, fisicamente inade-guati, vestiti uguale da quando avevano 11 anni (oggi tutti ricercatori universi-tari in facoltà scientifiche), che si ammazzavano di seghe davanti al wall paper di Pamela Anderson e che la loro idea di vita sociale era una serata a base di pizza e giochi di ruolo. Ricordo perfettamente quanto sbavavano dietro alle solite due o tre fighette di paese, maltrattando e snobbando quelle come loro. Perché? Perché se si mettevano con noi, con quelle come loro, si sarebbero sentiti ancora più sfigati.
I nerd sognano la pupa, per definizione. Non a caso sono due nerd che creano «La donna perfetta» nell’omonimo film con Kelly Le Brok.
Il guaio è che quando i nerd crescono se non hanno un po’ di conferme profes-sionali, un po’ di soldi e qualche auto di lusso, diventano ancora più stronzi. Magari la scopata con nerda di turno se la fanno, ma dopo un po’ mandano a puttane il rapporto, “sono troppo insicuro, se mi metto con una come te chissà cosa succede”. A me non è mai successo, perché io con la mia chiacchiera molto brillante, ironica e al vetriolo spavento molto i nerd. Però a delle mie amiche sì. Sono come quegli uomini obesi che non vogliono andare con donne obese non perché non le trovano attraenti, ma perché si sentirebbero ancora più grassi.
Quindi il nerd con la pupa scema sta benissimo. E’ la sua dimensione ideale. Inoltre la pupa scema, abituata a maltrattare i maschi o a essere maltrattata da bonazzi senza cuore, o a essere vista come un prodotto di lusso da mantenere (questo quando hanno fortuna) si sentiranno finalmente realizzate e apprezzate nel ruolo di pigmalione che insegnano l’arte di vivere ai nerdacchioni. Quindi se “La pupa e il secchione” non porterà alle ragazzine il posto in tv tanto agognato permetterà loro però di riciclarsi con molta cognizione di causa nel ruolo di badanti o baby sitter.
Viva le pupe!

postato da: Cate alle ore 14:10 | Permalink | commenti (8)
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mercoledì, settembre 06, 2006
Per farmi perdonare del pessimo articolo di Grazia che ho linkato.

Costantino della Gherardesca per Dagospia (www.dagospia.it)



Rientrato in Italia sono stato rinchiuso in una clinica per dei test metabolici. Una squadra di endocrinologhi, pneumologhi, cardiologhi e tecnici di apparecchiature mi ha osservato, punzecchiato e prelevato fluidi per tre giorni. Il verdetto: sono grasso, e devo dimagrire. É stato un fulmine a ciel sereno. Non mi sono ancora ripreso dal duro colpo.

La verità è che sfortunatamente quando mi vengono offerti piatti ipocalorici io rimango indignato. Il cibo fa parte della mia cultura, come la musica. Uno non può mangiare l’equivalente di Jovanotti (un’insalata McDonalds) quando è abituato a Bo Diddley (un beef wellington). Perdipiù non dimentichiamoci che l’unica cosa buona dell’Italia è proprio il cibo, non si può vivere a New Orleans ed ascoltare i Vengaboys.
(Freud)

Comuque secondo me la professione medica in generale non è molto creativa. Neanche un dottore afferrava la poesia della mia obesità. Una canzone intitolata “Once Bitten Twice Shy”, di Ian Hunter, dichiarava: “Donna sei un disastro, morirai nel sonno” (woman you’re a mess gonna die in your sleep). L’idea a me fa molta meno paura di quello che vorrebbero i dottori: “Donna sei una serva, e morirai dopo una lunga vita di sforzi e rinunce”.

Personalmente ho già rinunciato alle droghe (pesanti), l’alcool, l’80% delle sigarette ed una qualsiasi vita sociale che mi potrebbe divertire. La maggior parte dei miei amici ha messo su famiglia, e le frequentazioni spiritose le ho tagliate del tutto. Se, oltre a tutto, devo svegliarmi presto, fare fitness e non mangiare...cosa resta di me?

La più grande stronzata è il luogo comune: “mente sana in corpo sano”, solitamente pronunciato in latino per avvalersi di saggezza. Solo per fare alcuni esempi contrari: Churchill beveva come una fogna e si svegliava tardissimo. Immanuel Kant, nonostante le prediche, mangiava come un porco. La Regina Vittoria, imperatrice, si drogava pesantemente. Freud tirava la cocaina. Non riesco a capire quali siano le “menti” a cui dobbiamo ambire: Don Mazzi? Raoul Bova?
(Raoul Bova)

Comunque pare che uno dei nuovi farmaci per dimagrire, a prossima uscita, agisca sui neurorecettori dei cannabinoidi (nonchè sul metabolismo). Il principio attivo di questo farmaco è il Rimonabant, e credo sia già disponibile in Germania da pochi giorni. L’unico particolare fastidioso e che se uno si fuma una canna assieme al farmaco... è come acqua. Lo spinello non fa più nessun effetto. Si rimane lucidi come dei piloti di Jet. Pensate che orrore! Quando l’endocrinologo mi ha proposto questo farmaco io ho quasi avuto un attacco di panico. Mi sono rifiutato di aderire a tale violenza sociale. E mi sono detto che le compagnie farmaceutiche non hanno veramente più remore etiche.



Dagospia 05 Settembre 2006
postato da: Cate alle ore 10:45 | Permalink | commenti (10)
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lunedì, settembre 04, 2006

Sono un po' arrabbiata.
Qualche tempo fa ho mandato a un'agenzia per modelle oltre la 46, ciao magre, le foto di una mia amica bellissima. E' alta 185 ed è lievemente sovrappeso. Di taglia porterà una 50, massimo 52.
Bene, l'agenzia ha girato le foto della mia amica una casa di moda per linee morbide, l'Elena Mirò.
Quelle della casa di moda hanno contattato la mia amica, visto che di viso è bellissima, per un eventuale casting ma alla fine non l'hanno presa.
Il motivo? Non è una 48. L'hanno chiamata chiedendole le misure e dicendole: "lei non può avere questa misura di bacino, si è sbagliata di certo. Poi è troppo alta. Si è misurata bene? E' sicura di essere 185 cm?".
Io mi sono un po' incazzata.
Poi ho scoperto che questa agenzia di modelle "oltre la 46",  così dicono loro, la Ciao Magre, non prende ragazze alte più di 180 cm e con più di 110 cm di bacino. Prende ragazze con 100 massimo 110 di bacino, quindi una 48, massimo una 46. Ma allora dovrebbero dire che la Elena Mirò e le Ciao Magre non sono per le donne "normali", oltre la 46 (vorrei sapere qual è la taglia più diffusa al mondo... secondo me non è una 42, voi che ne dite?), ma per donne massimo taglia 46, ovvero per tutte quelle che nel mondo della moda vengono fatte passare per obese e tollerate per una malcelata politica delle "quote grasse", ovvero del politicamente corretto obeso.

Ma d'altronde non mi stupiscono se girano questi articoli terrificanti. Dove si consiglia di essere cinque sei chili in meno del proprio peso ideale e di fare poco sport perché alla fine si diventa troppo toniche quindi troppo poco magre (gran cazzata... i muscoli occupano  sempre meno spazio di un tessuto flaccido!).
postato da: Cate alle ore 19:25 | Permalink | commenti (34)
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venerdì, settembre 01, 2006
sto facendo una ricerca araldica sulla mia famiglia...
e ho scoperto che il mio cognome deriva da Caba.... fogna
postato da: Cate alle ore 15:21 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, settembre 01, 2006
ooops... ho perso il mio compagno di banco.
mi ero dimenticata e ieri sera ho rivisto kill bill 2
dalle ricostruzioni fatte dalle mie amiche penso che sia quello che ha provato a uccidere Silvestrin sotto la doccia...
un cesso munito a quanto pare... beh, la vita selvaggia si paga in qualche modo
postato da: Cate alle ore 14:40 | Permalink | commenti (7)
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