martedì, aprile 01, 2008
Il giorno in cui il mio libro, "Le ciccione lo fanno meglio", è in tutte le librerie.

VI PREGO SE MI VOLETE BENE, MA ANCHE SE VI STO SUL CAZZO (LEGGENDO IL LIBRO POTRESTE AVERE ULTERIORI ELEMENTI PER ODIARMI E SPUNTI PER CRITICARMI... GRANDE OCCASIONE...) COMPRATELO ALTRIMENTI MI TOCCA ANDARE A VENDERLO PORTA A PORTA CON UN FURGONCINO ROSA



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categoria:letteratura, eventi, giornalismo, le ciccione lo fanno meglio
giovedì, marzo 27, 2008



Ho fatto due interviste, due chiacchierate con due giornali settimanali nazionali. Il tema: la ciccia. E mi sto rompendo le scatole di parlare di ciccioni e ciccione. Che palle.
Uno di questi, un noto settimanale, voleva farmi fare una foto con l’asciugamanone in un bagno turco, ho rifiutato, ma la contrattazione è stata lunga e tempestosa. Io a ribadire che i bagni turchi non sono presenti nel mio testo (forse qualche turco, ma come pizzaiolo o pony express) loro a insistere. E poi, diciamocelo, va bene, ho scritto “Le ciccione lo fanno meglio”, un libro che sembra un manifesto, ma se lo leggi capisci che non lo è, va bene, sono grassa e alta come Alice (ma lei è più alta e molto più brutta) e bevo, ma non come Alice, e sono nata il giorno di Natale come la protagonista, ma la domanda martellante che mi faccio è: “Ma alla fine che centro con il mio libro?”. Perché devono fotografarmi mentre faccio cose, vedo gente, per parlare di una storia che ho scritto? La storia è di tutti, lo scrittore dopo averla messa nera su bianco centra poco. Vorrei proprio non parlare del mio libro e in questo vengo aiutata dai giornalisti (due donne carinissime tra l'altro e molto empatiche, con cui mi sono davvero trovata bene), visto che vogliono parlare di me, e allora rispondo alle domande, anche se mi sembra tutto assurdo. Non ho un messaggio, non voglio dire che le ciccione scopano meglio, se uno legge il libro capisce a cosa si riferisce il titolo, capisce che quella è una frase cattiva, detta dagli uomini nei bar, posti che conosco benissimo come ben sapete, quando vanno con un cesso: “Me la sono fatta anche se è brutta come la rogna, perché? Perché è una gran maiala”. Questo vuol dire. Almeno credo. Perché davvero non lo so cosa vuol dire sul serio. Io non credo di farlo meglio, faccio fatica ad alzarmi dal divano... poi alla fine io pensavo solo alla maglietta che indossava Madonna in Papa Dont’Preach “italians do it better”. L’ho solo cambiato un po’.
Le giornaliste mi ricordano che ho un blog che si chiama www.grassaebella.splinder.com ma io non voglio nemmeno dire che bisogna rimanere cicci, che da grassi si è belli, io quando ho creato il blog pensavo a Divine di Hairspray (in tempi non sospetti) e la trovavo grottesca e divertente, un po' come me.
Al limite voglio dire che la vita non deve iniziare quando si dimagrisce, che è assurdo pensare di iniziare a vivere solo una volta dimagriti (come ho fatto io prima di perdere 60 chili poi ripresi, come hanno fatto molti gravi obesi nell’atto di iniziare lunghe diete), che è un po’ rischioso mettere troppe aspettative nel dimagrimento. Dimagrire deve essere un di più, non la condizione per cominciare a lavorare, scopare, avere una vita sociale, innamorarsi... al limite è la condizione necessa-ria per correre la maratona di New York, quello sì.
Il bello è che io non voglio proprio dire niente con il mio libro, ho solo raccon-tato una storia e come tutti gli scrittori sono partita da esperienze in parte autobiografiche, ma è solo una storia delle mille che potrei raccontare.
Sono stanca (e sono solo alla seconda intervista) di parlare di grasso e di grassi perché io al grasso non ci penso quasi mai. Mi ricordo di essere grassa solo in due particolari frangenti: quando faccio le scale e quando mi compro dei vestiti. La mia giornata è talmente piena, di lavoro e persone e del mio cane, che trovo veramente difficile ricordarmi che sono grassa. E quindi mi sembra un po’ surreale parlarne. Ma poi rispondo a tutte le domande, perché penso che sono una esordiente, una sconosciuta, che se i giornali scrivono di me devo solo essere felice, che devo provare a venderlo questo mio dannato libro se voglio scrivere con un po’ di tranquillità il secondo (che ho già tutto in testa). Insomma, non mi devo lamentare. E tutto grasso che cola.
postato da: Cate alle ore 15:24 | Permalink | commenti (18)
categoria:giornalismo, obesi, le ciccione lo fanno meglio
sabato, marzo 22, 2008
E' quello che ha la mia collega Cristina. Lei è una vera dura. Quando Pinky le se avvicina dice: cavati dal cazzo. E la chiama Cagacan, Rompican o Cagadog. La giudica troppo espansiva e bisognosa di coccole.
Oggi stava guardando i figli di Jennifer Lopez e ha detto:



cazzo ma che mostri sono? cioè una aspetta 40 anni per far due cinni e li fa così cessi? ma non poteva pensarci prima e farli con uno migliore... che brutti... lei è splendida e loro sono brutti..

secondo me Cristina diventerà una grande giornalista. Sul serio.
postato da: Cate alle ore 19:33 | Permalink | commenti (15)
categoria:amiche, animali, giornalismo
domenica, gennaio 06, 2008


Ieri stavo facendo i propositi per l'anno nuovo con una mia amica.
Li stavo elencando:
DIMAGRIRE
BERE DI MENO
TROMBARMI UN TIPO CHE MI PIACE UN TOT
RITROMBARMI UN ALTRO TIPO CHE MI PIACE UN TOT E CHE TEMO ABBIA VOLUTO FARE UN ONE NIGHT SHOW

La mia amica: "Ma Cate, cazzo!, il libro? E la tua professione?"
Io: "Ah, già, ci sono anche quelli... sai che ti dico: non me ne frega molto in sto periodo..."
Che mi è successo?
Non me ne frega più niente di affermarmi professionalmente, del libro, degli articoli... chi mi conosce sa che fino a pochi mesi fa erano la mia unica ragione di vita, ero quasi ossessionata. E poi? Che mi è successo? Ora non riesco a programmare la mia vita oltre ai due giorni.
Saggezza buddhista carpediemgnana dovuta alla vecchiaia imminente o semplice rintronimento da cazzo?
Boh, è difficile dirlo.


Altro colloquio con un collega.
Io: "Voglio un elenco di tutti gli sportivi fighi di Imola, li vogliamo sentire tipo interviste doppie delle iene. I due più belli, i due negroni, le due criptochecche (come avete capito sono politicamente correttissima, ndr)..."
Collega: "Tra i più belli ci sarebbe Scozzoli, fa nuoto".
Breve ricerca in internet con una collega, vediamo Scozzoli, 19 anni appena, aria imberbe, e poi è di Forlì.
Richiamo il collega.
"No, Scozzoli non va bene, è troppo piccolo, devono essere tra i 25 e i 30 e abitare in zona, che prendere la macchina per andare a sc... per andare a fare un'intervista è stupido..."
Collega: "Va bene, ma Scozzoli secondo me è carino"
Io: "No, è troppo piccolo. C'è una regola importante: mai uscire con uno che ha meno peli superflui di te".
Collega: "Cate questa battuta è agghiacciante".
Io: "Ma è una grande verità"

Allora, sono stata malata dal 27 dicembre fino a ieri. Nonostante tutto ho lavorato, eccetto il 2 e il 3 perché non ce la facevo più. Gola gonfissima, voce da travesto della fiera, febbre, e gran noia davanti alla tv (stipendio andato in fumo nel noleggio di dvd stupidissimi). Come sa chi mi conosce quando mi ammalo penso sempre a fidanzarmi, che è ora che mi trovi qualcuno nei momenti di malattia, visto che con l'andare degli anni diventeranno sempre di più. Ovviamente appena la febbre scende mi sembra l'idea più stupida del mondo. Ma un simpatico scambio di sms con il Porco del Mese (che non è dildo ma carne fresca e molto  carina), mi ha fatto capire che forse è ora che metta la testa a posto.

Io: ho la gola gonfissima, non riesco a deglutire e sto malissimo.
Lui: devi bere di più, con una sostanza salata che ti fodera la gola non ti prendi malattie
Io: ma chi cazzo ti ha insegnato questa teoria profondamente scientifica? un travesto sul lungomare di Rimini?
Lui: no la mia esperienza con le donne. Funziona, proviamo?
Io: no, voi uomini sopravvalutate sempre il vostro sperma, pensate sia buono e taumaturgico. Se fosse buono lo venderebbero alla coop, vicino agli yougurt, se facesse bene alla gola lo venderebbero in farmacia. Hai mai sentito parlare di Spermagol?
Lui: E' quello che bevono i calciatori per fare goal? (battuta veramente del cazzo)
Io: Vedi, pensate pure che serva a vincere i campionati.
Lui: Io volevo solo essere d'aiuto. Non bisogna portare conforto agli ammalati. Se vuoi vengo a provarti la febbre...

Ecco, devo smetterla di avere relazioni con villici insensibili di livello socioculturale inferiore al mio, ma puntare a qualcuno di colto, sensibile, intelligente, presente quando una sta male, e non pervertito sessualmente.  Insomma, uno che non mi tromberebbe mai, nemmeno sotto tortura.
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categoria:giornalismo, decisioni importanti
mercoledì, ottobre 10, 2007



Solita sera, solito bar, solita birra.
I miei due amici, ormai li chiamo così, il manovale molesto e il possidente terriero (countaden in dialetto) stavano leggendo il settimanale per cui scrivo.
Loro leggono spesso i miei articoli che chiamano però "annunci".
Una volta ho scritto la storia di un barbone e il manovale mi fa: "ma che annuncio triste che hai messo..."
Vabbé, il mio articolo era su un ragazzo che aveva piantato una coltivazione di cannabis nel prugneto di famiglia. C'era pure la foto dei poliziotti che ridacchiavano accanto alla droga sequestrata: due omini vestiti d'azzurro accanto a 40 chili di fogliame rigoglioso... alto come gli omini stessi.
"Guarda qui!" fa il manovale al contadino.
Poi mi chiede: "Scusa Caterina.... ma non è che tu sai dov'era questa piantagione".
Io: "E' un'operazione della polizia, l'hanno condotta loro, a noi giornalisti ci dicono tutto quando è finita..."
Lui: "Sì ma vagamente, cioè una via..."
Io: "Non lo so..."
Lui: "Ve bene".
Noto una certa delusione nei suoi occhi. Poi il proprietario terriero sibila all'indirizzo del manovale: "Te l'avevo detto: raccoglila!  che poi piove e si rovina..."
 
postato da: Cate alle ore 18:46 | Permalink | commenti (4)
categoria:giornalismo
domenica, settembre 30, 2007



Ieri sera, da vera giornalista della Bassa, sono stata invitata al centro sociale di Fossatone. Sì, c’è un posto in Emilia che si chiama Fossatone.
Dovete sapere che per arrivare da Bologna al mio paesello, percorrendo la San Vitale, c’è una simpatica escalation toponomastica. Subito dopo la prima periferia di Bologna, ovvero Castenaso (nome che deriva da un castello medioevale dove i torturatori affettavano il naso ai torturati), vi è Fossamarza, poi, poco dopo, Canaletti, infine, per i più fortunati, Fossatone (a causa dei fiumiciattoli che lo attraversano: il Fossatone e il Fossagrande). Dopo, sempre più vicino al mio paesello, c’è Villa Fontana (dove l’acqua doveva zampillare a fiotti dai pisellini di marmo di cupidi festanti). Poi, non si sa perché, nel bel mezzo della palude, c'è Medicina (vorrei sapere chi si è mai venuto a curare nel bel mezzo di tutto sto pantano... ah... già... l’imperatore tedesco avvinazzato). Dopo, poco più in là nella Bassa, c’è una frazione che si chiama Portonovo (New Port per gli anglofili) segno che gli uomini a quel punto dovevano proprio avergliela data su con l’acqua stagnante e hanno deciso di ammettere che sì, erano nel bel mezzo di un grande acquitrino (e non vi cito Marmorta perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa).
Bene, torniamo al centro sociale di Fossatone. Dovevo andare lì, fare la foto al presidente che consegnava un assegno benefico (frutto della cena di solidarietà in corso) al vicepresidente di un’associazione di genitori che lavora all’ospedale Gozzadini di Bologna.
Io prima di andare a quelle cene tremo sempre un po’. Per carità, i signori che le organizzano sono gentilissimi. Ma è proprio questo il punto: sono troppo gentili. Appena entro, in genere in ritardo, quando il castrato è già cotto, c’è sempre un signore un po’ attempato che annuncia, usando il microfono, alla tavolata: “E’ arrivata la nostra zurnalesta, del sabato sera il settimanale che tutti leggiamo e apprezziamo”. E scatta l’applauso. Poi, dopo poco, mi piazzano a sedere davanti a un altro signore (in genere quello che prepara la salsiccia) e mi riempiono in continuazione il piatto. Ieri sera ho timidamente rinunciato al primo (“Sicura che non li vuole i tortellini?”) per passare dritta al secondo.
Piccola nota: sui tavoli non c’è acqua. Mai.
Dopo una braciola di castrato grande come un neonato, una fetta di pancetta fritta, tre-quattro bicchieri di bianco, arriva la suzzessa (salsiccia). “Che buona...” oso timidamente dire... grave errore, perché il signore addetto alla salsiccia (chiamato "il maitre”), in genere un vecchietto che passa tutta la sera girando tra i tavoli con in mano una pentola piena di insaccato e nell’altra una forchetta pronta a colpire chi ha il piatto vuoto, me ne piazza altri tre pezzi giganti. «E’ di Passatempi! E’ la migliore! (in effetti era buonissima) c’ha un segreto nel ripieno che non ce lo vuol dire».
Dovete sapere che in questi posti c’è sempre un piatto con la ricetta segreta che si tramanda di generazione in generazione. C’è per esempio la cipolla fritta di Ganzanigo, la birra di Sant’Antonio... (tutte frazioni del mio paesino). Ogni volta che sono ospite alle cene dei vari centri sociali arriva sempre il cuoco che con sguardo furbetto mi dice, riferendosi alla leccornia di turno: “E’ buona vero? Ma c’è un ingrediente segreto e io non glielo dico mica!” (chissà perché ma quando mi dicono così io penso semplicemente al buon vecchio e sano scaraccio).
Tornando all’altra sera, dopo "la salsiccia segreta di Passatempi" (sembra il titolo di un film porno), arriva un signore dal folle sguardo azzurro. Teneva in mano un vasetto pieno di cubetti di zucchero. Si avvicinava alla bocca delle signore, anche le più anziane, e metteva loro, quasi fosse un prete con l'ostia, lo zuccherino sulla lingua.
“Prova anche te!”, mi fa quando sono vicina.
L’ho fatto. E sono viva per miracolo.
Il cubetto di zucchero era intriso d’alcol purissimo. Il signore prepara questi particolari vasetti: mette i cubetti di zucchero dentro al vaso, poi vi versa alcol purissimo e ci caccia dentro qualche chiodo di garofano. Tutto a macerare e fermentare per mesi. Risultato: circa 95 gradi alcolici a zuccherino. Quando il cubetto ha toccato la mia lingua ho subito cominciato a lacrimare, due grosse bolle di acqua mi sono scese dagli occhi, pure dal naso e, immagino, sono diventata rossissima. Il palato e la lingua mi bruciavano come non mai. Subito l’alcol ti dà una botta fortissima in testa ma, quando raggiunge la base di castrato e salsiccia nello stomaco, i grassi aggrediscono gli acidi e lo zuccherino “muore”. Dopo stai benissimo, solo che per circa mezz’ora non capisci più niente.
Bene, io ho mangiato tre zuccherini. Il signore che li prepara mi fa: “Non ho mai visto una donna mangiare tre zuccherini di seguito”. Cazzo, mi devo sempre distinguere in ste cose.
Vi posso dire che, mentre ero sotto l’effetto degli zuccherini, ho vissuto esperienze psichedeliche importanti, da via del peyote. I vestiti delle signore, tutta roba laminata e panterata (perché ricordatevi che nei centri sociali della Bassa la donna menopausata con la passione del liscio e la tinta fresca morde parecchio) erano diventati un’unica massa colorata e trash. Mi arrivavano lontane le voci dei signori... so che a un certo punto hanno fatto il mio nome, io mi sono alzata e ho salutato.
Poi il presidente del centro mi ha fatto fare il giro d’onore, il classico saluto alle retrovie (le cucine) e una visita alla nuova pista da ballo per le serata danzanti. Ricordo appena un'immensa predella bianca e un gazebo candido con sopra scritto in riccioli blu: “La bomboniera del liscio”. «Abbiamo deciso di chiamarla così la nostra pista... quello è lo spazio per gli orchestrali».
Dopo la bomboniera del liscio e altri due bicchieri di limoncello con il presidente, la salsiccina della staffa al posto del dessert, ho i ricordi annebbiati. So solo che il mattino dopo mi sono ritrovata sul mio letto ancora vestita, con un mazzo di fiori in mano, una pergamena nell’altra e al collo una medaglietta tipo giochi della Gioventù (“Alla nostra giornalista, dottoressa ....). E una sensazione, sbornia permettendo, molto simile alla felicità.
 
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categoria:gossip, avventure, giornalismo
martedì, settembre 18, 2007



Questa mattina sono andata a una conferenza stampa. Non sapevo assolutamente di cosa parlava. I giornali imolesi non arrivano alle cinque terre e io non ho letto al ritorno, come farebbe una brava giornalista, tutto ciò che è successo per non perdere nemmeno un colpo.
Bene, sono entrata in questa casa di riposo e ho subito sentito l'inconfondibile dolce odore di merda e piscio stantio.
Poi sono entrata, in ritardo, nella saletta dove si stava tenendo la conferenza. Eravamo in quattro gatti. Gli altri colleghi stavano diligentemente prendendo appunti. Il relatore, un dirigente dell'istituzione, stava spiegando con dovizia di dettagli le "tecniche innovative di contenimento dei liquami fecali". E poi: "I nuovi ritrovati per non usare l'acqua, ma salviette oleose, nella rimozione delle feci"... erano tutti serissimi e i giornalisti ascoltavano con attenzione. Io non capivo. "Cazzo - ho pensato - sono nella merda". Poi ho capito che la conferenza era stata indetta per rispondere a un'associazione sindacale che lamentava incuria nel gestire gli anziani e altre mancanze nel sistema dei turni. Il coordinatore della struttura, un signore anzianotto, dall'evidente riporto, con un occhio che sfanculava l'altro e il naso lievemente storto si lancia in una dissertazione puntigliosa sempre sulla cacca. A un certo punto squilla il suo cellulare... si sente un coro di di voci alpine, e una donna con voce soave canta: "Heidi ti sorridono i montiii..."
Io non ce l'ho più fatta e sono scoppiata a ridere. Tentavo di coprirmi con i capelli ma lucide lacrime mi uscivano dagli occhi mentre tutto il mio corpaccione tremava. Loro mi guardavano stupiti, come se la pazza fossi io...
postato da: Cate alle ore 18:26 | Permalink | commenti (5)
categoria:giornalismo