Ieri sera, da vera giornalista della Bassa, sono stata invitata al centro sociale di Fossatone. Sì, c’è un posto in Emilia che si chiama Fossatone.
Dovete sapere che per arrivare da Bologna al mio paesello, percorrendo la San Vitale, c’è una simpatica escalation toponomastica. Subito dopo la prima periferia di Bologna, ovvero Castenaso (nome che deriva da un castello medioevale dove i torturatori affettavano il naso ai torturati), vi è Fossamarza, poi, poco dopo, Canaletti, infine, per i più fortunati, Fossatone (a causa dei fiumiciattoli che lo attraversano: il Fossatone e il Fossagrande). Dopo, sempre più vicino al mio paesello, c’è Villa Fontana (dove l’acqua doveva zampillare a fiotti dai pisellini di marmo di cupidi festanti). Poi, non si sa perché, nel bel mezzo della palude, c'è Medicina (vorrei sapere chi si è mai venuto a curare nel bel mezzo di tutto sto pantano... ah... già... l’imperatore tedesco avvinazzato). Dopo, poco più in là nella Bassa, c’è una frazione che si chiama Portonovo (New Port per gli anglofili) segno che gli uomini a quel punto dovevano proprio avergliela data su con l’acqua stagnante e hanno deciso di ammettere che sì, erano nel bel mezzo di un grande acquitrino (e non vi cito Marmorta perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa).
Bene, torniamo al centro sociale di Fossatone. Dovevo andare lì, fare la foto al presidente che consegnava un assegno benefico (frutto della cena di solidarietà in corso) al vicepresidente di un’associazione di genitori che lavora all’ospedale Gozzadini di Bologna.
Io prima di andare a quelle cene tremo sempre un po’. Per carità, i signori che le organizzano sono gentilissimi. Ma è proprio questo il punto: sono troppo gentili. Appena entro, in genere in ritardo, quando il castrato è già cotto, c’è sempre un signore un po’ attempato che annuncia, usando il microfono, alla tavolata: “E’ arrivata la nostra
zurnalesta, del
sabato sera il settimanale che tutti leggiamo e apprezziamo”. E scatta l’applauso. Poi, dopo poco, mi piazzano a sedere davanti a un altro signore (in genere quello che prepara la salsiccia) e mi riempiono in continuazione il piatto. Ieri sera ho timidamente rinunciato al primo (“Sicura che non li vuole i tortellini?”) per passare dritta al secondo.
Piccola nota: sui tavoli non c’è acqua. Mai.
Dopo una braciola di castrato grande come un neonato, una fetta di pancetta fritta, tre-quattro bicchieri di bianco, arriva la
suzzessa (salsiccia). “Che buona...” oso timidamente dire... grave errore, perché il signore addetto alla salsiccia (chiamato "il maitre”), in genere un vecchietto che passa tutta la sera girando tra i tavoli con in mano una pentola piena di insaccato e nell’altra una forchetta pronta a colpire chi ha il piatto vuoto, me ne piazza altri tre pezzi giganti. «E’ di Passatempi! E’ la migliore! (in effetti era buonissima) c’ha un segreto nel ripieno che non ce lo vuol dire».
Dovete sapere che in questi posti c’è sempre un piatto con la ricetta segreta che si tramanda di generazione in generazione. C’è per esempio la cipolla fritta di Ganzanigo, la birra di Sant’Antonio... (tutte frazioni del mio paesino). Ogni volta che sono ospite alle cene dei vari centri sociali arriva sempre il cuoco che con sguardo furbetto mi dice, riferendosi alla leccornia di turno: “E’ buona vero? Ma c’è un ingrediente segreto e io non glielo dico mica!” (chissà perché ma quando mi dicono così io penso semplicemente al buon vecchio e sano scaraccio).
Tornando all’altra sera, dopo "la salsiccia segreta di Passatempi" (sembra il titolo di un film porno), arriva un signore dal folle sguardo azzurro. Teneva in mano un vasetto pieno di cubetti di zucchero. Si avvicinava alla bocca delle signore, anche le più anziane, e metteva loro, quasi fosse un prete con l'ostia, lo zuccherino sulla lingua.
“Prova anche te!”, mi fa quando sono vicina.
L’ho fatto. E sono viva per miracolo.
Il cubetto di zucchero era intriso d’alcol purissimo. Il signore prepara questi particolari vasetti: mette i cubetti di zucchero dentro al vaso, poi vi versa alcol purissimo e ci caccia dentro qualche chiodo di garofano. Tutto a macerare e fermentare per mesi. Risultato: circa 95 gradi alcolici a zuccherino. Quando il cubetto ha toccato la mia lingua ho subito cominciato a lacrimare, due grosse bolle di acqua mi sono scese dagli occhi, pure dal naso e, immagino, sono diventata rossissima. Il palato e la lingua mi bruciavano come non mai. Subito l’alcol ti dà una botta fortissima in testa ma, quando raggiunge la base di castrato e salsiccia nello stomaco, i grassi aggrediscono gli acidi e lo zuccherino “muore”. Dopo stai benissimo, solo che per circa mezz’ora non capisci più niente.
Bene, io ho mangiato tre zuccherini. Il signore che li prepara mi fa: “Non ho mai visto una donna mangiare tre zuccherini di seguito”. Cazzo, mi devo sempre distinguere in ste cose.
Vi posso dire che, mentre ero sotto l’effetto degli zuccherini, ho vissuto esperienze psichedeliche importanti, da via del peyote. I vestiti delle signore, tutta roba laminata e panterata (perché ricordatevi che nei centri sociali della Bassa la donna menopausata con la passione del liscio e la tinta fresca morde parecchio) erano diventati un’unica massa colorata e trash. Mi arrivavano lontane le voci dei signori... so che a un certo punto hanno fatto il mio nome, io mi sono alzata e ho salutato.
Poi il presidente del centro mi ha fatto fare il giro d’onore, il classico saluto alle retrovie (le cucine) e una visita alla nuova pista da ballo per le serata danzanti. Ricordo appena un'immensa predella bianca e un gazebo candido con sopra scritto in riccioli blu: “La bomboniera del liscio”. «Abbiamo deciso di chiamarla così la nostra pista... quello è lo spazio per gli orchestrali».
Dopo la bomboniera del liscio e altri due bicchieri di limoncello con il presidente, la salsiccina della staffa al posto del dessert, ho i ricordi annebbiati. So solo che il mattino dopo mi sono ritrovata sul mio letto ancora vestita, con un mazzo di fiori in mano, una pergamena nell’altra e al collo una medaglietta tipo giochi della Gioventù (“Alla nostra giornalista, dottoressa ....). E una sensazione, sbornia permettendo, molto simile alla felicità.