lunedì, giugno 30, 2008

Ci sono un sacco di cose che vorrei scrivere, ma che l’afa, la noia, il tedio, mi impediscono di scrivere. Il fatto è che è proprio un periodo strano. Passo dal sentirmi una merda più totale all’essere lusingata in pubblico e da un sacco di gente. Ma tendenzialmente mi sento una cacca. Sudata per di più.

Ho la casa che è un cesso immondo, se viene un’ispezione del Noe mi sequestrano Pinky.

Se i Nas mettono il naso nel mio frigo mi denunciano, perché sicuramente là dentro c’è qualcosa, non so cosa, che fa male.

Nonostante il successo del libro ho le pezze al culo e, trattandosi, del mio culo, sono pezze molto grandi.

Non ho mai un euro.

Il mio giornale ha problemi, forse tra un anno rimango senza lavoro.

L’altro giorno mi hanno ritirato la patente perché era scaduta, dal 28 maggio a dire il vero, non me ne ero accorta. La scuola guida dove l’ho presa aveva mandato l’avviso, ma all’indirizzo sbagliato, quello vecchio. Già recuperata, ma i 140 euro di multa son da pagare.

Ho forato una gomma e ho rischiato di finire fuori strada.

Mio padre è stato operato, cancro all'intestino, e io non gli sono stata abbastanza vicina. Io non so stargli vicina. E anche questa è una piccola tragedia.

Ho sterilizzato la gatta, unica cosa da adulto responsabile che ho fatto negli ultimi 12 mesi.

Per il resto non riesco a provvedere a me stessa, allo stato di salute dei miei capelli e al decoro della mia casa. Sono un vero disastro. Pinky però sta bene.

Lavoro al minimo, ormai per me è routine, non provo più le emozioni di una volta quando scrivo articoli, ormai c’è qualcosa di automatico, e non so se dipende dall’aver interiorizzato un mestiere o se è la fine di Cate giornalista (forse mai esistita).

Credo inoltre di non essere abbastanza glamour per scrivere per i femminili, cosa che mi è stata consigliata.

La mia pancia, colpa dei cocomeri, cresce a dismisura, e fa caldo, tanto caldo. Mi tiene dolce compagnia d’inverno, è vero, assieme ai brodini caldi e consolatori che mi scodello sempre quando piove, ma d’estate è davvero un di più.

Ho i piedi che fanno schifo. Avrei bisogno di pedicure. Ma non ne ho voglia.

Credo di essere sempre stata piuttosto imperfetta, ma mai come adesso.

Non ho voglia di arginare la mia imperfezione, nemmeno di fare il minimo sindacale. E questo non mi rende felice.

Sono stanca. Forse è una spiegazione. Voglio cambiare un sacco di cose e, verità delle verità, non sono mai contenta.

Ecco il mio sentire quotidiano. Come sono io, una lamentosa, mai soddisfatta, cagacazzo.

La cosa paradossale è che in questo periodo, in cui mi sento così un disastro, dove mi sopporto davvero poco, ricevo un sacco di complimenti.

Mi succede alle presentazioni.

L’altro giorno a Milano, ma anche Paternò, Imola, Bologna, Cadriano, Fidenza e gli altri posti dove sono stata.

La presentazione di Milano mi ha colpita molto. Perché non giocavo in casa e la sala era piena.

Debora Villa (la Patty di Camera Café) e Roberta Scorranese sono state fantastiche. Ma quello lo sapevo già.

Quello che non sapevo è che tanta gente aveva voglia di conoscermi, di stringermi la mano e, anche, strano, di dirmi “grazie” per aver dato in qualche modo un senso al dolore. Mi sta succedendo anche via blog, ricevo messaggi commoventi.

Di persone che hanno vissuto il dolore che ho raccontato nel libro, che racconto, e mi ringraziano perché l’ho espresso.

Alla presentazione milanese c’erano due ragazze che leggono questo blog da tempo, anche quando non era questo blog, Rotondetta e Grimildeh.

Le ho riconosciute subito. SONO BELLISSIME. E non lo dico per solidarietà di trippa, loro sono la metà di me, lo dico perché sono davvero molto belle. E’ la cosa che più mi ha colpito. Belle dentro, fuori e tutto intorno. Insomma quando Rotondetta mi parlava con quei suoi occhi chiari e così intensi e la sua espressione dolce e seria… mi ha colpita tantissimo. Lo stesso Grimildeh. A loro modo si sono complimentate per il percorso che ho fatto. Io non sapevo che dire. Ho ringraziato.

Io non ho fatto nulla, alla fine ho solo scritto un libro, con un titolo furbo, mi sono turata il naso e ho deciso di rispondere anche a quelli che mi facevano domande stupide. Ho deciso di vivere tutta questa cosa come se non mi riguardasse, di pensare che questo è solo il lato promozionale, che la verità, chi sono e cosa ho fatto, verrà a galla quando ritornerò a scavarmi dentro, per scrivere ancora.

Poi vedo queste bellissime ragazze. Che mi dicono cose altrettanto belle. E una ragazza che fa l’università, lettere, e mi dice che ama scrivere e che se un giorno riuscirà a fare quello che ho fatto io, a scrivere un libro così bello, sarà il suo sogno che si realizza.

Una ragazza, Silvia, un po' tonda, mi ha detto con voce tremante di aver pianto quando ha letto quella frase, quella dove Bietola chiede ad Alice di diventare una gran figa e lei risponde: Non posso.

Dice di averla vissuta anche lei. E io sono certa che qualcuno, un giorno, le dirà "sei bellissima" e sarà sincero, non consolatorio.

Ho anche conosciuto finalmente Komma, quelle che riesce a mettere on line ogni cazzata che sparo, è davvero un bel ragazzone, la prova che mi sono sempre sbagliata, che anche i ragazzi robusti sono sexy.

E poi le email che ricevo.

Tutti a ripetermi che ho fatto una cosa bella e che sono una bella persona.

Mentre io mi sento una cacca.

Come dicevo, incapace di provvedere a me stessa.

E’ un po’ come quando dimagrii tutti quei chili, 60 circa, e arrivai vicina al peso forma. Non ero bella come Rotondetta e Grimildeh, ma non facevo schifo. Insomma non ero da buttare via.

Eppure non mi bastava. Eppure non ero contenta. Eppure mi sono subito accorta che l’esser magra non mi cambiava un cazzo, ero triste e insoddisfatta uguale. Per un lungo periodo della mia adolescenza ho desiderato un ragazzo. Molto bello. Da grande, e da dimagrita, ci sono pure andata. Una storia durata pochissimo. Ma non me ne importava. Per me era il risultato, l’aver fatto meta. Mica il resto. Non era come in quei film per adolescenti, quelli con la bruttina studiosa occhialuta che alla fine diventa gnocca e si tromba il bello scavezzacollo della classe e vive felice e contenta con lui. No, no. Da subito, raggiunto l’obiettivo, ero insoddisfatta.

Temo faccia parte della mia natura. Godersi ben poco i risultati e pensare troppo spesso a quello che non va. Ma è poi la stessa natura che mi spinge a cambiare, a provare nuove vie.

Cosa che devo fare ora, di nuovo.

Per me è l’ennesimo inizio.

A parte tutti questi sproloqui, la cosa che ho tanto desiderato e desidero ancora, è molto difficile da realizzare. Vorrei che quelle ragazze che ho visto alle mie presentazioni si guardassero con i miei occhi e vedessero quanto sono belle. Questo mi renderebbe contenta per un bel po’.

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categoria:amiche, obesi
giovedì, marzo 27, 2008



Ho fatto due interviste, due chiacchierate con due giornali settimanali nazionali. Il tema: la ciccia. E mi sto rompendo le scatole di parlare di ciccioni e ciccione. Che palle.
Uno di questi, un noto settimanale, voleva farmi fare una foto con l’asciugamanone in un bagno turco, ho rifiutato, ma la contrattazione è stata lunga e tempestosa. Io a ribadire che i bagni turchi non sono presenti nel mio testo (forse qualche turco, ma come pizzaiolo o pony express) loro a insistere. E poi, diciamocelo, va bene, ho scritto “Le ciccione lo fanno meglio”, un libro che sembra un manifesto, ma se lo leggi capisci che non lo è, va bene, sono grassa e alta come Alice (ma lei è più alta e molto più brutta) e bevo, ma non come Alice, e sono nata il giorno di Natale come la protagonista, ma la domanda martellante che mi faccio è: “Ma alla fine che centro con il mio libro?”. Perché devono fotografarmi mentre faccio cose, vedo gente, per parlare di una storia che ho scritto? La storia è di tutti, lo scrittore dopo averla messa nera su bianco centra poco. Vorrei proprio non parlare del mio libro e in questo vengo aiutata dai giornalisti (due donne carinissime tra l'altro e molto empatiche, con cui mi sono davvero trovata bene), visto che vogliono parlare di me, e allora rispondo alle domande, anche se mi sembra tutto assurdo. Non ho un messaggio, non voglio dire che le ciccione scopano meglio, se uno legge il libro capisce a cosa si riferisce il titolo, capisce che quella è una frase cattiva, detta dagli uomini nei bar, posti che conosco benissimo come ben sapete, quando vanno con un cesso: “Me la sono fatta anche se è brutta come la rogna, perché? Perché è una gran maiala”. Questo vuol dire. Almeno credo. Perché davvero non lo so cosa vuol dire sul serio. Io non credo di farlo meglio, faccio fatica ad alzarmi dal divano... poi alla fine io pensavo solo alla maglietta che indossava Madonna in Papa Dont’Preach “italians do it better”. L’ho solo cambiato un po’.
Le giornaliste mi ricordano che ho un blog che si chiama www.grassaebella.splinder.com ma io non voglio nemmeno dire che bisogna rimanere cicci, che da grassi si è belli, io quando ho creato il blog pensavo a Divine di Hairspray (in tempi non sospetti) e la trovavo grottesca e divertente, un po' come me.
Al limite voglio dire che la vita non deve iniziare quando si dimagrisce, che è assurdo pensare di iniziare a vivere solo una volta dimagriti (come ho fatto io prima di perdere 60 chili poi ripresi, come hanno fatto molti gravi obesi nell’atto di iniziare lunghe diete), che è un po’ rischioso mettere troppe aspettative nel dimagrimento. Dimagrire deve essere un di più, non la condizione per cominciare a lavorare, scopare, avere una vita sociale, innamorarsi... al limite è la condizione necessa-ria per correre la maratona di New York, quello sì.
Il bello è che io non voglio proprio dire niente con il mio libro, ho solo raccon-tato una storia e come tutti gli scrittori sono partita da esperienze in parte autobiografiche, ma è solo una storia delle mille che potrei raccontare.
Sono stanca (e sono solo alla seconda intervista) di parlare di grasso e di grassi perché io al grasso non ci penso quasi mai. Mi ricordo di essere grassa solo in due particolari frangenti: quando faccio le scale e quando mi compro dei vestiti. La mia giornata è talmente piena, di lavoro e persone e del mio cane, che trovo veramente difficile ricordarmi che sono grassa. E quindi mi sembra un po’ surreale parlarne. Ma poi rispondo a tutte le domande, perché penso che sono una esordiente, una sconosciuta, che se i giornali scrivono di me devo solo essere felice, che devo provare a venderlo questo mio dannato libro se voglio scrivere con un po’ di tranquillità il secondo (che ho già tutto in testa). Insomma, non mi devo lamentare. E tutto grasso che cola.
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categoria:giornalismo, obesi, le ciccione lo fanno meglio
giovedì, giugno 07, 2007
Da un po' di tempo sto frequentando una scuola per obesi.
E' un corso del Sant'Orsola che si tiene per persone gravi obese come me.
Il primo giorno di corso è stato un po' fastidioso, poi le cose stanno migliorando.
A darmi fastidio è stato il discorso del primario quando ha affrontato, secondo me male, un tema molto delicato. Ha detto che gli obesi non sono solo un peso per loro stessi ma anche per la società. E come esempio ha fatto vedere la diapositiva di un obeso seduto dentro un cubicolo da lavoro, di quelli che andavano negli anni Settanta, mentre il suo collega rimaneva schiacciato in quel che rimaneva della scrivania. Allora, a parte trovare un po' datata l'immagine, quei cubicoli non esistono più nei moderni open space, ho trovato fastidioso sottolineare in quel modo come i gavi obesi siano un peso per la società.
Oddio, tutti i malati sono per definizione un costo sociale, questo è vero, ma vorrei vedere il primario evidenziare la stessa cosa di fronte a uno con il tumore (la tua chemio costa, pensa, se non avessi il tumore i tuoi non ti dovrebbero accudire e magari spendere soldi per curarti...) o a un ragazzo su una sedia a rotelle.
Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che loro non se la sono cercata, mentre gli obesi, si sa, se la cercano l'obesità sbafando a più non posso.
Potrei rispondere che uno il tumore può averlo contratto per aver fumato come un turco e un ragazzo su una sedia a rotelle può aver fatto un incidente mentre andava molto veloce in moto. Anche loro possono aver adottato dei comportamenti che li hanno messi in pericolo. Senza contare la sfortuna, vedi incidente stradale, o la predisposizione genetica.
La grave obesità ha una forte componente genetica (necessaria ma non sufficiente per svilippare la patologia... isomma devi anche magna') quindi si può dire che non tutto dipende dalla volonta' o dall'assenza di volonta' di chi ne è portatore.
Tornando al corso sta comunque avendo i suoi risultati. Gia' fare il diario alimentare senza dieta è molto utile, ho gia' perso quattro chili.
L'effetto psicologico del diario alimentare lo spiega alla perfezione un contadino di Anzola dell'Emilia che viene al corso con me, avra' circa settant'anni e pesa molto, tipo 140 chili. Dice che vuole dimagrire perché la sua nipotina un giorno gli ha detto: "Nonno come sei ingombrante!". Bene, lui ha perso cinque chili solo facendo il diario alimentare, perché? Quando apre il frigo per uno spuntino lo richiude subito dicendo: "Aié trop da scrivar" (c'è troppo da scrivere).
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categoria:scuola, dieta, obesi